Come rammendare uno strappo
L’arte del rammendare quelle cose che vorresti buttare, me pensi siano davvero importanti e dai loro un’altra possibilità.
Fin da piccola una delle cose che amavo fare era stare a guardare le mie zie mentre lavoravano.
Passavo molto tempo con loro nei piccoli regni che creavano nelle varie stanze della casa.
Nei loro regni c’era sempre della stoffa colorata, una macchina da cucire e spagnolette di fili variopinti.
Mi incantavano e inquietavano gli aghi e gli spilli di varie lunghezze e spessori ordinatamente infilzati su un cuscinetto morbido color ocra.
Capitava che, probabilmente portate a pensare alle future generazioni disgraziatamente incapaci di attaccare un bottone al bisogno, mi chiedessero di dar loro una mano a rammendare qualche buco nei pantaloni da lavoro che qualche gesto distratto aveva lasciato su quel cotone.
Fu così che, proprio in quei regni, imparai l’arte del rammendo.
In questi giorni ho riportato alla memoria quei gesti dovendo rammendare e rattoppare buchi su alcuni pantaloni di Clelia ancora parzialmente nuovi, ma già molto vissuti.
Sono tornata in quel regno attraverso il movimento paziente delle mie dita.
C’è qualcosa di molto particolare nel far funzionare le mani, nello scorso articolo di parlavo di gentilezza ed è proprio quel qualcosa che ho ritrovato nel cucito.
Approfondendo le filosofie orientali ho scoperto che, contrariamente a quanto pensiamo, la meditazione può essere fatta anche in modo dinamico.
Senza entrare troppo nello specifico e prendendomi la responsabilità di quello che dico, per me meditare può passare anche attraverso il movimento e, nello specifico, attraverso una manualità fluida e non per forza finalizzata.
Prova a pensare cosa sta dietro al rammendo.
Vediamolo per punti:
– attenzione affinché i punti siano i più vicini possibile, della stessa misura e non visibili (attenzione anche a non pungersi visto che il ditale per me rimane un arnese sconosciuto)
–calma che passa attraverso il respiro quieto e lento
–presenza per evitare di eccedere nell’afferrare la stoffa e ritrovarsi a dover rifare tutto
–amore per quella persona per cui si fa questo lavoro, che sia un indumento nostro, dei nostri figli o che lo si faccia per professione
Visto così il rammendo sembra una vera mission e un po’ è così.
Ci ritroviamo ogni giorno a dover rammendare.
Si rammenda il tempo quando è troppo poco per stare con chi amiamo e facciamo i salti mortali per non perderne neanche un pezzettino.
Si rammendano le occasioni quando sembrano perse e non più recuperabile e, poi, qualcosa le rende nuovamente fruibili.
Si rammendano rapporti che sembravano lacerati e che, la vita, ti porta a ricucire per creare un nuovo abito o, semplicemente, per terminare l’opera e far spazio ad un nuovo progetto.
Si rammendano parti di noi che avevamo assopito, ma che reclamano a gran voce di tornare.
E, sì, sono d’accordo con te che ci sono strappi rammendabili e altri proprio no.
Ecco, credo che i fili più belli tu li abbia tutti ben disposti nel tuo regno.
Cercali, non farai fatica perché ti stanno aspettando, proprio qui, proprio ora.
Una cosa bella che potresti fare per ritrovarli è dedicare del tempo alla manualità o giocare con tua/o figlia/o lasciando spazio alla fantasia.
Una volta che troverai i tuoi fili utilizza tutte le qualità che ti ho scritto prima: attenzione, calma, presenza e amore per tessere il tuo filato.
Prenditi cura di ciò che vale la pena essere salvato, solo tu puoi farlo, ricorda che, anche quando non sembra, se sempre tu il/la regista della tua storia.
“Flora la castora” lo insegna.
Ti aspetto.
L’amore è sutura.
Sutura, non benda, sutura – non scudo
(Oh, non chiedere difesa!)
Sutura, con cui il vento è cucito alla terra,
come io a te sono cucita.
(Marina Cvetaeva)

